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Avevamo quella stanza tu e io, quella stanza che solo-noi-abbiamo-la-chiave. I portachiavi erano un anello nero spaccato a metà. Un pezzo tu, un pezzo io. Nella borsa per te avevo un abbraccio, uno sguardo, un pezzettino di anima, dei pensieri da raccontarti a voce. Credevo di aver lasciato le chiavi in casa, invece mi sono accorta che avevi cambiato la serratura mentre ero via. Mi sono arrabbiata da morire, ho pensato a come era potuto succedere. Che ti fossi dimenticato di dirmelo, che avessi una chiave nuova in tasca e io non lo sapessi. Mi sono detta quando lo vedo, gli tiro un pugno, poi ridiamo. Ho lasciato un biglietto sulla porta. Ho scritto che mi sarei seduta su quella panchina che sai ad aspettare. Allora mi sono seduta sulla panchina e ho aspettato. Ho aspettato finché l’abbraccio che volevo darti è scaduto, lo sguardo che avevo conservato per te è diventato severo, il pezzettino di anima con sopra il tuo nome è appassito, i pensieri tutti insieme mi si sono appannati e la mia voce ha scioperato. Ecco perché scrivo. Scrivo un altro biglietto, l’ultimo per un po’ e te lo lascio sotto questa panchina, magari attaccato con la gomma alla fragola, così non vola via. Ti scrivo solo “Mi hai fatto tanto male, così ho tolto il portachiavi, perché mi faceva male anche lui”. Magari quando torni il biglietto non c’è più, magari vola via.. o magari tu non torni, e il portachiavi rimane nella scatola nera che tengo in fondo all’armadio. In fondo in fondo, per non vederlo più.
 

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"Her silence says everything she needed to say."

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"Ho imparato che ci sono amori impossibili,
amori incompiuti, amori che potevano essere
e non sono stati.
Ho imparato che è meglio una scia bruciante,
anche se lascia una cicatrice: meglio l’incendio
che un cuore d’inverno."

— Ferzan Ozpetek, Rosso Istanbul  (via fino-al-di-la-del-tutto)

(Fonte: rainbowarrior86)

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Giochiamo che tu non esistevi

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"Beddhra mia, ci te vole, vene puru dall’addhra parte te lu mundu cu te cerca, sentime"

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(Fonte: maorisakai)

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"Ti tirerei tanti di quei cazzotti in bocca da farti cagare arcobaleni"

— (via chediomifulmini)

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"E ne ho abbastanza di tutta questa gente che mi usa e se ne va. Di chi si finge diverso da ciò che realmente è. Di chi ti uccide per non morire. Di chi un giorno ti adora e il giorno seguente non sa chi sei. Perciò state lontani da me. Il più possibile e se qualcuno mi dice che ha bisogno di me vi giuro gli do un pugno."

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"Lui le passò la mano su tutte le vertebre, una per una, e lei non disse: basta mi fai il solletico, anche se lui temeva che lo facesse da un momento all’altro. Invece rimase semplicemente a guardare fuori dalle tende scolorite, coi capelli che frusciavano da un lato. Lui le accarezzò la spina dorsale da cima a fondo, un pezzetto alla volta, e per tutto il tempo che gli ci volle per farlo, il suo cervello rimase assolutamente in silenzio. È a questi spazi vuoti che bisogna stare attenti, perché si riempiono di sentimento prima ancora che uno si renda conto di cos’è successo; e che si ritrovi, arrivato in fondo alla spina dorsale di lei, diverso."

Aimee Bender, Conoscersi.  (via mariaemma)

(Fonte: tripps42)

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"Real forgiveness means looking steadily at the sin, the sin that is left over without any excuse, after all allowances have been made, and seeing it in all its horror, dirt, meanness and malice, and nevertheless being wholly reconciled to the man who has done it."

— C.S. Lewis (via erosioniinterne)

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"I could feel my insides sink. My knees too. So I sat on the ground, against the wall, letting it support me. I thought I knew what heartbreak felt like. I thought heartbreak was me, standing alone at the prom. That was nothing. This, this was heartbreak. The pain in your chest, the ache behind your eyes. The knowing that things will never be the same again. It’s all relative, I suppose. You think you know love, you think you know real pain, but you don’t. You don’t know anything."

— It’s Not Summer Without You (Jenny Han)

(Fonte: wordsthat-speak)

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